EXHIBITION

TANJA HAMESTER
Gesture Objects
Sul trovare e lasciare tracce

04 febbraio - 18 marzo 2022

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Si definisce impronta l'effetto della pressione di un corpo su una superficie che ne restituisce la forma; la traccia è invece il risultato del contatto tra una superficie e un corpo in movimento. L'impronta è statica, la traccia è dinamica. Entrambe sono indizi dell'awenuta presenza di un corpo in un luogo, del passaggio attraverso di esso, ma l'una ci paria del l'esserci stati, l'a I tra del l'essersi mossi. Tanja Hamester si inserisce nel solco di questa distinzione per costruire una archeologia personale dei luoghi che incontra. Sin dal suo arrivo a Bari lo scorso agosto, l'artista ha portato avanti un'indagine dello spazio cittadino usando una pratica su cui lavora da anni, un insieme di tattiche volte a non cadere nella rappresentazione stereotipata di un luogo. Ad approcci che riducono un posto ai suoi "luoghi comuni" - attraverso riferimenti a monumenti, edifici, figure ed eventi del passato - Hamester oppone una strategia dal basso che si basa su incontri, percorsi e storie. 


I gesture objects sono gli elementi fondamentali di quesa strategia artistica. Ispirati dall'indagine di un territorio , questi oggetti costituiscono un archivio personale, che testimonia il passaggio implicato da un corpo in movimento: quello dell'artista. Negli spazi di VOGA, Tanja Hamester ci guida attraverso un archivio in divenire composto da impronte e tracce trovate e create lungo il percorso. Alcune di queste sono oggetti regalati da arnie* e artist* conosciut* a Bari - Angela Capotorto, Pamela Diamante, Natalija Dimitrijevié, Silvestro Lacertosa e Mariarosa Pappalettera - cui l'artista ha chiesto in dono possibili simboli della loro relazione, ricevendo in cambio i contributi più disparati, da una teiera in miniatura a una vecchia fiocina. 


L'artista ha animato questi materiali imprimendoli nella pasta sale. Attraverso i suoi gesti, ha dato vita a degli oggetti performativi, che racchiudono le verità dell'interazione, dell'unicità e del caso. Ciascuna traccia porta con sé un'implicazione ben precisa: un'impronta non è mai mera copia dell'oggetto esistente. In essa è implicito un atto di mediazione, quello dell'artista che, nell'azione performativa dell'imprimere e del lasciare traccia, si assume la responsabilità del mostrare una verità piuttosto che un'altra. 
 

 

Questa postura è ancora più significativa se si tiene conto delle premesse con cui viene condotta la ricerca sul territorio: l'artista arriva in città come turista e usa questa posizione come pretesto per costruire una narrazione personale ma allo stesso tempo collettiva, che tenga conto di tutte le micronarrazioni di chi abita lo spazio. Non a caso, proprio nell'uso della pasta sale come materiale primario della mostra, l'artista svela la necessità dell'interazione con gli abitanti del luogo per poter parlare dello stesso. La superficie che accoglie le tracce dei gesture objects, infatti, è l'esito di due momenti laboratoriali che si sono svolti a gennaio nel cortile di VOGA. 


In questi workshop l'artista ha proposto ai partecipanti di lavorare insieme alla preparazione della massa, rievocando pratiche comunitarie del passato. Questo aspetto celato della mostra ci porta direttamente a uno degli aspetti centrali della strategia dei gesture objects: il lavoro riproduttivo femminile e il suo inserimento nel contesto della produzione art1st1ca. Per "lavoro riproduttivo" si intende l'insieme di tutte le attività di cura solitamente svolte dalla donna - avere e crescere figli, cucinare, pulire la casa - che la nostra società non riconosce come lavoro effettivo e retribuito. Tanja Hamester riflette su questo "lavoro nascosto" e usa i gesture objects per parlare di un'oppressione sistemica muovendosi sul filo sottile tra visibile e invisibile. 


In linea con questo ragionamento, l'artista ha scelto di celare il lavoro performativo dietro i gesture objects e il suo corpo che, rimossi dallo sguardo del pubblico, sono presenti nella forma di impressioni e tracce. Calchi di lattice sono esposti nell'archivio mobile, mentre un wearable display, realizzato in collaborazione con Elvira de Serio e indossato dall'artista durante le performance, è installato a muro come espositore degli oggetti utilizzati. Così, nella messa in atto di questa ricca e stratificata strategia, Hamester pratica un vedere e un mostrare 'altrimenti', un testimoniare con chiare implicazioni politiche, che si costruisce eticamente come narrazione collettiva. La mostra assume quindi l'aspetto di un archivio in divenire, inesauribile perché frutto di una ricerca che, cercando delle tracce, ne lascia sempre di nuove. 

ENG BELOW

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ENG 

An imprint is defined as the effect of the pressure of a body on a surface which retains its shape; a trace is the result of a contact between a surface and a moving body. An imprint is static, a trace is dynamic. Both are signs of the existence of a body in a space, of its passage through it. But the former refers to its presence, the latter to its departure.  


Tanja Hamester builds on this distinction to create a personal archaeology of the places she encounters. Since her arrival in Bari last August, the artist has carried out an investigation of the public space, deploying a strategy she has been working on for years, a set of tactics designed to avoid falling into the stereotypical representation of a place. To approaches that reduce a place to its “common places” — through references to monuments, buildings, figures, and events of the past — Tanja Hamester opposes a bottom-up strategy based on encounters, trajectories and stories. The gesture objects are the key elements of this artistic strategy. Born in the process of discovering a territory, these objects constitute an archive of the implicated passage of the artist body through it.


In the spaces of VOGA, Tanja Hamester guides us through an evolving repository of imprints and traces found and created during her journey. Some of these are objects donated by friends and artists met in Bari - Angela Capotorto, Pamela Diamante, Natalija Dimitrijevic, Silvestro Lacertosa and Mariarosa Pappalettera – who were asked by the artist to provide possible symbols of their relationship. These contributions span from a miniature teapot to an old fishing spear gun. The artist animated these items by imprinting them into the surface of salt dough. Through her gestures, she generated performative objects, which embody the truths of interaction, uniqueness and chance. They bear a clear factual implication: an imprint is never a mere copy of the existing object. It entails an act of mediation, that of the artist, who, in the performative action of imprinting and leaving a trace, takes upon herself the responsibility of showing one truth rather than another. 


This is even the more significant given the preconditions behind the research: the artist arrives in the city as a tourist, and as such she uses her foreigner’s position as an excuse to build a personal narrative of the place she visits. A narrative that is personal but also collective, as it takes into account all the micronarratives and inputs received by the locals. 

 


 

The need to interact with the inhabitants of a place in order to speak about it is materialised in the use of the salt dough as primary material of the exhibition. In fact, the salt dough on which the traces of the gesture objects were generated is the result of two workshops, which took place in January at VOGA. On these occasions, the artist invited the participants to work together to prepare the dough, thus putting in place a re-enactment of a social practice that has been taken up from the past.


This hidden aspect of the exhibition leads us directly to one of the central aspects of the strategy behind the gesture objects: the re-enactment of female reproductive work and its transfer to the context of artistic production. The notion of ‘reproductive work’ refers to all the care activities usually carried out by women (such as having and raising children, cooking, cleaning the house, helping their grandmother to take a bath), which our society does not recognise as ‘real’ work. The artist reflects on this ‘hidden work’ and uses the gesture objects to talk about systemic oppression, moving along the thin thread between visible and invisible.


In line with this reasoning, Tanja Hamester also chose to conceal from the exhibition the performative work behind the gesture objects and her performative body, which, removed from the public’s eye, are present in the form of imprints and traces: the casts on the latex sheets, visible in the mobile archive; and the wearable display (made in collaboration with Elvira de Serio), worn by the artist during the performances and now installed on the wall as display of the items used.


In the deployment of this rich and multi-layered strategy, Tanja Hamester thus practises a ‘seeing’ and a ‘showing’ differently, a ‘recording’ with clear political implications, built ethically as a collective narrative. Hence the exhibition’s appearance as a breathing archive, limitless as the result of a research which, by looking for traces, always leaves new ones.

 


 

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BIO

Tanja Hamester ha studiato presso l'Akademie der Bildenden Künste München, dove ha conseguito un M.A. in Arte e Mediazione e uno in Arti Contemporanee ed Educazione Artistica. Ha studiato Filologia Tedesca presso l’Università Ludwig Maximilian di Monaco con un focus sulla letteratura e l'iconografia medievale. Ha ricevuto diverse borse di studio, tra cui una borsa di studio DAAD per l'istruzione e la formazione all'estero a Roma e una post-laurea DAAD a Palermo, una borsa di viaggio della fondazione Marschalk-von-Ostheim e la borsa di studio d'arte del distretto dell'Alta Baviera. ​​Fa parte del collettivo di artisti Room to Bloom, una piattaforma femminista per narrazioni ecologiche e post-coloniali dell'Europa (co-fondata dal programma Creative Europe dell'UE.

Tanja Hamester completed her studies in Fine Art at the Akademie der Bildenden Künste München, where she gained an M.A. in Art and Mediation and one in Contemporary Arts and Art Education. She  studied German Philology at the Ludwig Maximilian University of Munich with a focus on medieval literature and iconography. She has received several scholarships, including a DAAD scholarship for education and training abroad in Rome and a DAAD postgraduate in Palermo, a travel scholarship from the Marschalk-von-Ostheim Foundation and the scholarship Upper Bavarian district art studio. As a member of several international artist collectives such as Room To Bloom, a feminist platform for ecological and postcolonial narratives about Europe, she is particularly interested in collective working and thinking processes.

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