EXHIBITION
MARCO ANTELMI
Ciò che resta del fuoco

«Se un luogo medesimo si cinge di fuoco (e si riduce infine in cenere, è tomba come nome), quel luogo non è più. Resta (come resto) la cenere. [...] Là, cenere vuol dire la differenza tra ciò che resta e ciò che è: ce la fa a dirla? »

Jacques Derrida, Feu la cendre, 1984

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Marco Antelmi, Black Cloud Council, 2021. Video still

“Ciò che resta del fuoco” è la mostra personale di Marco Antelmi che inaugura la stagione espositiva di VOGA, in Via Curzio dei Mille 58, a Bari. Concepita come un viaggio di ritorno, al tempo stesso fisico e introspettivo, nella propria Terra Madre, il progetto espositivo diventa occasione per creare un dialogo tra passato e presente, identità e cambiamento. La mostra, infatti, è messa in scena simbolicamente nella cameretta dell’artista, quello spazio intimo nella casa dei suoi genitori in cui, nel corso degli anni, partenze e ritorni hanno generato una memoria soggettiva e deformata.

Siamo abituati a pensare alla casa come a uno spazio che ci separa e individualizza, come quella soglia in cui il soggetto diventa realtà e si differenzia dal mondo, assumendo un volto singolare e inconfondibile. Eppure la casa non è che un altro degli spazi che usiamo per intrecciare la nostra vita e il nostro mondo con quello degli altri. Così, misurandosi con la costruzione della sua identità, l’artista mette in scena un’autobiografia diffusa. Ne deriva un magma di reale e virtuale che infuoca le pareti della cameretta e divampa anche oltre, aprendosi alla collettività in una riflessione sui temi brucianti della nostra contemporaneità: la sovranità dei dati, l’ideologia del Cloud, l'ingerenza, sempre più evoluta delle nuove tecnologie nella sfera intima e privata.

“Cosa lascia questo fuoco che divampa ad ogni ritorno?”, si chiede Antelmi. ≪Non vi è cenere senza fuoco≫, scriveva Jacques Derrida in “Feu la cendre”, volume del 1984 dal quale la mostra prende il titolo. Appena due anni prima la band Venom cantava ≪cenere alla cenere≫ in un brano di Black Metal, l’album che ha segnato la nascita del genere. Le opere esposte si configurano quindi come la pirificazione di qualcosa che non resta né ritorna, pirificazione di un futuro sempre più embedded, integrato e sperimentato a partire dalla propria cameretta.

Tra gli oggetti che definiscono questo spazio privato e identitario compare, ad esempio, un certificato ottenuto dall’artista al termine di un corso sul cloud computing, rilasciato via e-mail da AWS - Amazon Web Services. Oppure, poco più in là, un autoritratto sui generis, cioè la trascrizione del suo Facebook Pixel personale, scritto a mano su una parete nella forma di codice HTML. Oggetti personali, ma che in fin dei conti ci fanno riflettere sui cortocircuiti identitari con cui siamo tutti alle prese.

 

Infine, prendendo come spunto un fatto di cronaca internazionale - cioè l’incendio del data center OVH di Strasburgo a marzo 2021 - Antelmi esplora il ruolo che l’ideologia del Cloud gioca nella costruzione della società. Ne nasce una narrazione fantastica, la storia dell’istituzione di un tecnoculto che unisce i simboli, i segni e gli schemi appartenenti al mondo del Cloud e a quello sovversivo delle streghe, descritto dalla filosofa Silvia Federici nel ‘Calibano e la Strega”. Come le streghe nel Medioevo venivano accusate di invocare le tempeste con il fuoco dei loro calderoni, così l’incendio del data center diventa l’espediente

per l’evocazione di un Cloud più libero. L’artista, allora, ci porta con sé nell’allestimento di un rituale privato, praticato mediante la creazione di simboli e luoghi codificati, e ci invita a ripensare le dinamiche che ci sono alla base della costruzione della nostra identità, tanto privata quanto pubblica: siamo tutti immersi in un Cloud, uno spazio in cui le nostre presenze online si affermano e si interfacciano con le nostre identità fisiche, uno spazio virtualizzato che ci richiede, al giorno d’oggi, di essere esplorato.

Marco Antelmi, Black Cloud Council (dettaglio), 2021 (1).jpg

Marco Antelmi, Black Cloud Council (dettaglio), 2021 

ENG

VOGA is pleased to announce its first exhibition in the space of Via Curzio dei Mille 58 in Bari: “Ciò che resta del fuoco” [“what is left of fire”], a solo show by Marco Antelmi. Conceived as a physical and introspective journey home, this project offers a meeting ground between past and present, identity and change. The show is symbolically set in the artist’s childhood bedroom, that intimate space in his parents’ house where departures and returns shaped a personal and deformed memory.

 

We are used to thinking of the house as a space that defines us as discrete individuals, as that threshold beyond which the subject exists in itself, untouched by the outer world. And yet, the house is just another space where our life becomes intertwined with that of others. Thus here, dealing with his own identity, the artist puts on a diffused autobiography: a magma of real and virtual objects ignites the walls of the bedroom, flaring up even further, inviting the community in a reflection on the burning themes of our present: the ideology of the Cloud, data sovereignty, and new technologies' ever-growing interference in all spheres of life. 

 

“But what is left behind this fire that flares up with each return?”, Antelmi wonders. "There is no ash without fire", wrote Jacques Derrida in "Feu la cendre", a 1984 work from which the exhibition takes its title. Just two years earlier, the band Venom sang the track “Dust to dust” in Black Metal, an album that marked the birth of the genre. Starting from these premises, Antelmi configured the works on display as the pyrification of something that neither remains nor returns, as an increasingly integrated and embedded future. 

 

Hence on the walls we find a degree-like certificate, obtained by the artist at the end of a course on cloud computing, issued via e-mail by AWS - Amazon Web Services; a little further on, a sui generis self-portrait, in the form of a handwritten transcription of the HTML code of his personal Facebook Pixel. Personal items which reflect on the short-circuits that our identity undergoes and that we are all embedded in. 

Finally, taking as a starting point an international news event – namely, the fire of the OVH data center in Strasbourg, in March 2027 - Antelmi explores the role that the ideology of the Cloud plays in the construction of society. The result is a narrative of speculative fiction, the story of the establishment of a techno-cult that combines the symbols, signs and patterns of the world of the Cloud with the subversive world of witches, described by the philosopher Silvia Federici in “Caliban and the Witch ". Like the witches in the Middle Ages were accused of invoking storms with the fire of their cauldrons, so the fire of the data center becomes the expedient for the evocation of a freer Cloud. 

 

The artist, then, takes us with him in the preparation of a private ritual, materialized in the creation of codified symbols and places. He invites us to rethink some dynamics that are at the basis of the construction of our private and public identity: we are all immersed in a Cloud, a space in which our online presence asserts itself interfering with our physical identity, a virtualized space that, nowadays more than ever, ought to be critically explored.

BIO

Marco Antelmi (Bari, 1993) si definisce ingegnere teorico. Vive e lavora a Milano. Possiede una Laurea Triennale in Ingegneria Civile e una Laurea Magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. Nella sua pratica coesistono giornalismo e science-fiction per la creazione di narrazioni antagoniste. Attraverso la ricerca in campo transdisciplinare, Antelmi proietta la cultura mediterranea verso un orizzonte post-tecnologico. Dal 2018 collabora con la rete NO CPR, network di realtà e associazioni che lottano al fianco dei migranti contro l’istituzione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio.

Nel 2021 prende parte a ‘Mediterranea 19 Young Artists Biennale’, organizzata da BJCEM - Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée. Le sue opere sono state ospitate presso spazi quali Biennale di Venezia Architettura, Ars Electronica Festival Linz, Galleria MLZ Art Dep di Trieste, Pav Torino, Museo MAXXI Roma. É stato assistente del curatore Marco Scotini per la mostra ‘The Missing Plane’t presso il Centro Pecci di Prato. Antelmi è anche resident contributor di Droste Effect Magazine, fondato dal PhD e curatore Vincenzo Estremo. 

 

 

 

 

 

 

Marco Antelmi (Bari,1993) calls himself a theoric engineer. He lives and works in Milan. He holds a BA in Civil Engineering and a MA in Visual Arts and Curatorial Studies. In his art practice, science fiction and journalism interact to generate antagonist narrations. In his transdisciplinary research,  he places mediterranean culture in a post-technologic horizon. Since 2018, he works with NO CPR, a network that fights alongside migrants against the institution of Detention Centres for Reparations. In 2021, he took part in Mediterranea 19 Young Artists Biennale, organized by BJCEM - Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée. His works have been shown in venues such as Biennale di Venezia Architettura, Ars Electronica Festival Linz, MLZ Art Dep Gallery Trieste, Pav Turin, MAXXI Rome.​ He was assistant of curator Marco Scotini for the exhibition The Missing Planet at Centro Pecci Prato. Antelmi is also resident contributor of Droste Effect Magazine, founded by PhD and curator Vincenzo Estremo.

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Si ringraziano per il supporto:

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